martedì 27 febbraio 2007

Le Passanti


Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c'era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.
A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l'hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.
Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l'unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.
A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.
Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.
Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.
Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.


Una delle più belle canzoni italiane.
Testo evocativo su musica struggente.
Opera di Brassens, nella versione italiana di De André.

mercoledì 21 febbraio 2007

E' crisi di Governo


Poche ore fa l'annuncio ufficiale. Il Governo è in crisi e Prodi ha presentato le dimissioni a Napolitano. Altro déjà vu.

martedì 20 febbraio 2007

Colpito e affondato


Mai avrei pensato di produrre dei pensieri su Britney Spears e renderli persino di dominio pubblico. Ma quello che riporta Repubblica, in una pagina di qualche giorno fa, ha un contenuto ben più esplosivo di una pop star che, oltrepassato il limite del successo internazionale, riscopre i piccoli piaceri terreni trasgressivi, come una rasatura totale di testa e qualche tatuaggio.
La Spears, sempre patinata, sempre ottusamente preparata, accanita fan di Bush, ora anche nella versione neo-mamma, ha sempre rappresentato, in patria e all'estero, l'emblema della donna statunitense di spettacolo: bona, bravina, con grinta e magari due tette grandi (che non aveva, ma ha prontamente risolto).
Ora la si vede, nella foto di Repubblica, sfatta, stanca, con qualche tratto psicotico e palesemente depressa. Gli amici commentano con "Sta mandando a rotoli la sua vita". Non sarà che sta decidendo ora di vivere la sua vita? Non è forse tutto quello che le hanno creato intorno, e lei stessa, una mirabile metafora dell' american-way-of-life? Un metafora di corsa al successo, di immagine pubblica inscalfibile, di tenore di vita elevato, di consumi illimitati, di perfezione esterna e di cumuli di polvere che vengono nascosti sotto il tappeto.
E gli USA, che l'hanno creata a loro immagine e somiglianza, ora sono pronti ad additare e disconoscere questo strano morbo depressivo che si sta impadronendo di lei, questa variabile non programmata, non voluta, ma frutto delle stesse attenzioni originarie.
Che déjà vu.

sabato 17 febbraio 2007

Base si, base no


Oggi manifestazione nazionale a Vicenza contro la costruzione della seconda base NATO in città, prossima Dal Molin. Attese 80 mila persone tra famiglie, bambini, leghisti, comunisti, politicame vario. Per la prima volta non ho affatto le idee chiare in materia e soprattutto non ho un'opinione argomentabile a riguardo. Mi ha sorpresa la recente scoperta (personale, ma il fatto è pubblico da sempre) della presenza, nel nostro paese, di alcune testate nucleari americane, conservate proprio presso alcune della basi NATO sparse in Italia.
Indipendentemente dall'accaduto, l'intera vicenda non ha risparmiato la sinistra da un'ulteriore, imbarazzante, situazione.

giovedì 15 febbraio 2007

Questi riti vintage


Ieri è passata, nella mia personale indifferenza, la giornata di San Valentino.
Non starei neanche qui a perderci del tempo su, se non fosse per un curioso fenomeno riscontrato in farmacia.
Da sempre questa è la giornata votata ai fidanzati, all'overdose di baci perugina, al dominio incontrastato dei colori rosso-rosa, ai servizi insostenibili di Studio Aperto.
In concreto questa è la giornata in cui i single con carattere indefinito si frustrano, le coppie trombano, la perugina fa soldi a palate, e non solo la perugina, i club strip-men per sole donne fanno il pienone e le amiche si organizzano in carovane per recarsi al santuario di questi club privè, organizzate meglio di "Un ponte per" e altre associazioni umanitarie messe insieme.
Scena: giorno di San Valentino, ore 19.20, farmacia anonima in una anonima metropoli italiana.
Un tipo vorrebbe comprare il "durex play". Nell'evidente imbarazzo dell'acquirente, il farmacista incalza con i suoi "Ma quale?", "Morbido, duro?", "Rosa, bianco?"...e conclude con un "Mi dispiace, ma oggi l'articolo è andato a ruba!". Sconforto sul volto del tipo, arreso, alle 19.30, all'idea di un manage standard con la sua bella...e al solito bacio perugina, con conseguente "Cippalippa, tesoruccia".
Diciamolo, all'anacronistico ed insopportabilmente falso giorno di San Valentino, sarebbe eccessivamente onesto dichiarare la natura della festa e definirla giornata internazionale del sesso?
Per chi non sapesse cos'è un durex play (ma esiste qualcuno che non sa cosa sia?!), lascio la parola alla proverbiale franchezza di Selvaggia Lucarelli.

sabato 10 febbraio 2007

Graceland

And I see losing love
is like a window in your heart
Everybody sees you're blown apart
Everybody sees the wind blow
...
For reasons I cannot explain
there's some part of me wants to see
Graceland
And I may be obliged to defend
every love, every ending
Or maybe there's no obligations now
Maybe I've a reason to believe
we all will be received
in Graceland.

P. Simon

giovedì 8 febbraio 2007

Live in Tropical Pizza


Lunedì 5 febbraio è stata ospite di Tropical Pizza (radio deejay) Amy Winehouse.
Come spesso accade nelle puntate live della trasmissione, si è fatta musica live gradevole.
Foto, audio e video sono disponibili qui.
Interessante anche la puntata con ospiti i The Fratellis, sempre sul sito.

The world is not enough


Con la mappa di Peters, mia nuova passione, vi passo un interessante sito sulle guide turistiche fai-da-te. In inglese. www.world66.com

domenica 4 febbraio 2007

Walk on the wild side, Lou.


In clima di pacs, matrimoni gay, fecondazione assistita, l'unica cosa che riesce ancora a scandalizzare è una dichiarazione contro la guerra.
Nella straordinaria banalità delle parole pronunciate da un rocker troviamo lo specchio della società, e la riscoperta di una onesta comunicazione.
Sabato 3 febbraio, all'Assemplea Generale delle Nazioni Unite, New York, si è tenuto il concerto di Ennio Morricone per l'insediamento di Ban Ki-Moon (mi auguro che tra qualche giorno si finisca di chiamarlo "insediamento", visto che sta durando da un mese).
I numerosi artisti ospiti hanno illustrato gli obiettivi di sviluppo dell' ONU. Lou Reed, ospite come altri, ha preso la libera iniziativa di deviare il suo discorso sul tema "guerra in Iraq", facendo crollare la platea in incontenibile imbarazzo.
Le sue parole sono state: "Come newyorkese, anch'io sono vivo del sangue della guerra in Iraq. Fermiamo la guerra, andiamocene via dall'Iraq. Non posso più campare della morte degli altri".
Silenzio assoluto tra il pubblico, poi un timido applauso. Dopo qualche minuto l'applauso deciso.

venerdì 2 febbraio 2007

Silence like a cancer grows


Hello, darkness, my old friend
I've come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision
That was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence

In restless dreams I walked alone
Narrow streets of cobblestone
Beneath the halo of a street lamp
I turn my collar to the cold and damp
When my eyes were stabbed
By the flash of a neon light
That split the night
And touched the sound of silence

And in the naked light I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs
that voices never share...

And no one dared
Disturb the sound of silence.

"Fools," said I, "you do not know
Silence like a cancer grows."
"Hear my words that I might teach you,
Take my arms that I might reach you."
But my words like silent raindrops fell,
And echoed in the wells of silence.

And the people bowed and prayed
To the neon god they made.
And the sign flashed out its warning
In the words that it was forming.
And the signs said: "The words of the prophets
Are written on the subway walls
And tenement halls,
And whisper'd in the sound of silence."

Ciao, oscurità, vecchia amica
sono qui per parlarti di nuovo
perché una visione arrivando dolcemente
ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
e la visione
che si è fissata nella mia mente
rimane ancora
dentro il suono del silenzio

In sogni senza riposo io camminai da solo
in strade strette acciottolate
nell’alone di luce di un lampione
sentii il mio colletto freddo ed umido
quando i miei occhi furono abbagliati
dal lampo di una luce al neon
che spezzò la notte
e intaccò il suono del silenzio.

E nella luce fredda io vidi
diecimila persone, forse più.
Persone che parlavano senza dire nulla
persone che ascoltavano senza capire
persone che scrivevano canzoni
che le voci non potevano cantare assieme
e nessuno osava

disturbare il suono del silenzio

"Pazzi" dissi io "voi non sapete
che il silenzio cresce come un cancro"
"Ascoltate le parole che io posso insegnarvi.
Prendete le mie braccia così che possa raggiungervi."
Ma le mie parole cadevano come gocce di pioggia silenziose,
e ne usciva l’eco dai pozzi del silenzio.

E la gente si inginocchiava e pregava
al dio neon che aveva creato.
E l’insegna lampeggiava il suo messaggio
con le parole che lo formavano.
E il messaggio era: "Le parole dei profeti
sono scritte sui muri della metropolitana
e negli androni dei palazzi,
e diventano sussurro nel suono del silenzio."


The Sound of Silence
P. Simon and A. Garfunkel

mercoledì 31 gennaio 2007

Clash are calling


The ice age is coming, the sun's zooming in
Engines stop running, the wheat is growing thin
A nuclear era, but I have no fear
'Cause London is drowning, and I live by the river

La radio, mia storica alleata, qualche giorno fa mi ha proposto London Calling dei Clash.
E' stato incredibile, come se la ascoltassi per la prima volta.
Mi è venuta subito voglia di rispolverare gli album The Clash e London Calling, comprati a 17 anni, nel pieno del furore grunge e primo avvicinamento al dark.
Non li apprezzai, non li capii.
A 17 anni la parlata di Strummer mi era insopportabilmente fastidiosa, trovavo insignificante la loro musica, i testi avevano una rabbia che non comprendevo, mi sembrava alquanto marginale, mentre loro ne facevano il proprio punto di forza.
A 18 anni ripresi quella musica in mano e la trovai gradevole.
A 19, The Clash diventò un album assiduo nella mia playlist del tempo.
Ora, nel pieno della ventina, i Clash mi rappresentano.
Riascoltare quei due album è stata una rivelazione, un momento di pura epifania, una quadratura del cerchio.
Perchè non li avevo compresi?
Nella mia adolescenza, comune ai più, vivevo in quello stato catatonico di trastullo depressivo fine a se stesso, una sorta di esistenzialismo sterile in cui il soggetto dei miei pensieri era il nulla.
Come avrebbe potuto parlarmi Joe Strummer?
Il grunge rispondeva perfettamente alle mie esigenze musicali del tempo e, va detto, escludeva gran parte della musica non-grunge, perchè, è noto, il grunge è stato un fenomeno esclusivo, per quanto volesse comunicare il disagio delle masse usando il disagio individuale.
I Clash sono l'interpretazione del malessere del ventenne.
I Clash sono arrabbiati perchè è l'unico modo di sopravvivere in un contesto in cui sai di dover vivere, ma che non ti rappresenta. Sono la svolta realista del grunge.
Sono l'abbandono dell'autarchia e dell'utopia adolescenziale di negazione del sistema, loro hanno digerito, interpretato e vomitato il sistema che non apprezzano, ma sanno che non può essere cambiato.
O comunque, se anche potesse essere cambiato con dispendio di energie, loro non hanno tempo.
Loro corrono, come il sistema vuole.
E sono incazzati, molto.
Sono lucidi ed incazzati perchè non vogliono perdere tempo dietro all'ennesima guerra dei governi, così lontani da loro, sono incazzati neri perchè non sopportano più che i neri ce l'abbiano con i bianchi per le colonizzazioni, che i bianchi ce l'abbiano con i neri perchè ce l'hanno con i bianchi, sono arrabbiati perchè il loro lavoro, se lo trovano, gli sottrae più del 90% della giornata, perchè fermarsi in questo sistema equivale a morire, perchè ci hanno imposto dei traguardi che non tutti vogliono o possono raggiungere, perchè hanno creato il mito della ricchezza e del consumo facile, ma non tutti lo raggiungono e, anzi, è molto più dura di come ci vogliono far credere, sono disgustati dal mainstream americano e dall'influenza che questo ha sull' Europa.
I Clash sono attuali perchè, dopo la florida parentesi degli anni '90, un ventenne di oggi è incazzato, frustrato e un pò confuso esattamente come lo poteva essere un ventenne di inizio anni '80.
I Clash hanno saputo cogliere quel malessere urbano di una Londra soffocata dal mito della produttività, il disagio della prima età adulta, in cui spesso si ha voglia di fare, ma non si sa come incanalare le energie, si vuole correre, ma senza avere una direzione, ci si vuole definire, senza sapere che forma prendere, si vuole scegliere un nome che spesso non è il nostro.
Il loro sound, paragonato alle ultime uscite discografiche attuali, spazza via tutti i confezionamenti patinati in stile Muse, graffia le casse, suona nudo, senza filtro di ingegneri acustici, è autentico, genuino, come le parole di Strummer.

Consigli per l'ascolto: Hateful, London calling, The guns of Brixton (talmente attuale per musica, che potrebbe sembrare un pezzo trip hop), Brand new Cadillac, Deny, What's my name, Hate & war, Remote control, I'm so bored with the USA.

martedì 30 gennaio 2007

Pearl


Freedom is just another word for nothing left to lose,
Nothing don't mean nothing, honey, if it ain't free, now.
And feeling good was easy, Lord, when he sang the blues,
You know feeling good was good enough for me,
Good enough for me and my Bobby McGee.

sabato 27 gennaio 2007

Riti che ci servono


Le date scomode della storia che vengono riesumate con ciclicità annuale per muovere la gente ad una riflessione o, come si porta dire da anni, "per non dimenticare", hanno sempre lasciato il tempo che hanno trovato.
La storia insegna a tutti, parla a tutti, ma non tutti sono disposti ad ascoltarla.
Essere nel chiuso della propria camera a riflettere, in questo 27 gennaio, uguale a tanti altri, sulle barbarie che si sono chiuse, simbolicamente, in questo giorno di un anno distante solo 60 anni circa da noi (neanche il tempo di coprire una vita umana) è un gesto privo di senso se non accompagnato da una intima riflessione, che è nostra, che ci appartiene, che lo è sempre, nel quotidiano, che ci fa analizzare gli accadimenti del mondo con occhi diversi.
Con occhi che hanno ascoltato la storia, che non dimenticano e non necessitano di un "giorno della memoria" perchè ricordano sempre.

A che serve questo rito della memoria?
Oggi, ora, serve.
Serve nel momento in cui apriamo Repubblica e leggiamo "Ahmadinejad nega l'esistenza dell'Olocausto". Serve, squallidamente, per creare movimento, fiction televisive, trasmissioni radiofoniche, speciali tv sull'argomento che possano ravvivare l'attualità di questa storia così violenta e così vicina, offesa sempre più da movimenti negazionisti.
Sarebbe opportuno cambiare lo slogan in "Per non mistificare", così da restituire a questa giornata il senso che ora ha continuare a celebrarla.

Riporto una riflessione interessante che lessi su un numero de L'Espresso dei primi di gennaio.
Era un'intervista a Dan Diner, storico, ebreo, docente universitario a Gerusalemme.
Alla domanda "Il tabù di Auschwitz, dell'Olocausto, è alla base dell'idea dell'Europa postbellica?", lui risponde così: "Auschwitz e Olocausto non sono la stessa cosa. L'Olocausto è una costruzione culturale, sorta anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che comporta didattica, monumenti, film, romanzi, memoria stilizzata e sacralizzata. Auschwitz è invece l'immediatezza dell'evento: è lo sterminio senza alcuno scopo, senza nemmeno riconoscere alle vittime il loro status di esseri umani. L'Olocausto nasce dalla difficoltà di comprendere Auschwitz".

venerdì 26 gennaio 2007

Easy listening. Back to Black


Amy Winehouse ce lo aveva scritto nel cognome che sarebbe diventata alcolizzata.
Questa insolita congiunzione tra cognome e abitudini personali ha portato alla creazione del brano Rehab, riabilitazione.
Era l'anno 2003 quando questa ragazza di Portobello, Londra, ha inciso il suo primo album, Frank. Tropical Pizza mi fece conoscere il suo primo singolo, Stronger than me, un apprezzabile, quanto commerciale, tentativo di rimescolamento soul, R&B, pop e hip hop, passato al setaccio con un criterio di selettività votata al "music for the masses", tutto ben coperto dalle nobili aspirazioni motown della ragazza.
Nonostante tutto ciò, Stronger than me, e l'intero album, sono stati ascoltati, riascoltati e cantati dalla sottoscritta in quei momenti di urgenza pop. Frank è entrato nel folto gruppo degli album affettivi, quelli di cui si è coscienti dei limiti artistici, ma continuano a girare nel nostro stereo.

Qualche giorno fa, via radio, mi imbatto in un pezzo filo-afro, ripetitivo ma gradevole al tempo stesso. Un insolito sound retrò con una voce nera che ricalca le pause e le "tirature" vocali delle vecchie dive black. Con grande stupore, scopro la svolta black della Winehouse.
Faccio qualche indagine e scopro che finalmente è riuscita, a distanza di tre anni, ad incidere l'album motown che tanto aveva magnificato.
Lei, di quella femminilità robusta ma sensuale, ora sfiora la magrezza anoressica, sfoggiando un look disinvolto, quasi trasandato, a metà tra l'afro e il glam. A tradire una ricercatezza in questo look, il faraonico contorno occhi, il tacco acrobatico, le solite fotografie pubblicitarie ammiccanti e il chiaro intento di volersi lanciare veramente sul mercato.
Primo singolo estratto: Rehab.
Un manifesto sulla consapevolezza della sua dipendenza etilica e un cordiale dito medio dedicato a chi la voleva costringere al rehab, la riabilitazione, il tutto coronato dal messaggio "alcolico è bello". Abbandonati i vecchi produttori (responsabili del coercitivo rehab), Amy Winehouse incide quello che, per lei, dovrebbe essere un tributo a tutti i miti musicali della sua adolescenza (da Billie Holiday a The Voice), una dichiarazione di autarchia assoluta e una valanga di critiche non-politically-correct rivolte all'universo di cui ha avuto esperienza, soprattutto maschile.
Onorevoli gli intenti, il prodotto resta però perfettamente incastrato nell'easy listening contemporaneo, dal quale si distacca per la oggettiva bravura vocale di lei e per il taglio fortemente black e oldies. Molti i riferimenti nascosti tra le righe, come "I'd rather be at home with ray", dove alla disintossicazione viene preferito il restare a casa con la musica di Ray Charles.
Per i curiosi, qui potete trovare il link da cui è possibile vedere e ascoltare i video di Stronger than me e Rehab.
Sorvolate sulla visione del video Stronger than me, davvero penoso per trama, idee e fotografia.
Per Rehab, si vede che hanno voluto fare sul serio, con una certa cura nei colori e nelle riprese, anche se abbastanza patinato.

mercoledì 24 gennaio 2007

Colui che "scriveva per le persone di qualsiasi posto, giovani abbastanza da essere curiose del mondo".


Ieri è morto Ryszard Kapuscinski.
La notizia mi ha sorpresa e rattristata, riportandomi a quel primo di Gennaio in cui un Giorgino al tg1 annunciava, con espressività studiata, la morte di Giorgio Gaber.
Kapuscinski, polacco, è stato Il reporter di guerra, è stato ciò che un giornalista dovrebbe essere al fronte: un informatore, un curioso, uno che entrava nello spirito del luogo e ne raccontava le sofferenze e le bellezze.
Nomade per vocazione, è stato corrispondente da oltre 50 paesi nel mondo, documentando 27 dei più importanti conflitti, Africa, Iraq, America centrale, Asia.
Dall'attenzione e sensibilità con cui si immergeva in un luogo e ne indagava lo spirito, la gente, la vita vera e parallela agli scontri, sono nati libri, articoli e fotografie (come quella che vedete sopra).
Probabilmente molti tra voi ricordano la copertina, edizione Feltrinelli, di uno dei suoi romanzi più noti, Ebano, storie di vita quotidiana, di guerra e di miseria africana.
Questo articolo, tratto dal Corriere della Sera di oggi, delinea brevemente e in modo efficace chi era Kapuscinski: http://www.feltrinelli.it/FattiLibriInterna?id_fatto=7970

sabato 20 gennaio 2007

Live from the Forum


Un gruppo di volontari italiani, con la partecipazione di colleghi inglesi e il supporto della Provincia di Trento, sta cercando di documentare in diretta (più o meno), con mille difficoltà tecniche, cosa è questo Social Forum di Nairobi.
Interviste a volontarti di tutto il mondo, autoctoni, filmati, un blog, fotografie animano gli spazi del sito internet creato per rendere partecipe chi non è lì in questo momento.
Consiglio di dare uno sguardo alle fotografie. www.worldsocialforum.tv

Immagine divina di questa realtà


Si fa l'abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione.


Vergogna, J.M. Coetzee

venerdì 19 gennaio 2007

Nairobi 2007


Tra poche ore, e fino al 25 gennaio, Nairobi, Kenya, ospiterà il Social Forum 2007.
Significativo come mai prima il setting di questo anno. Stupefacente osservare che migliaia (sono ottimista e l'Africa tira, oserei correggere con una milionata) di persone saranno riunite per manifestare la loro volontà di demilitarizzazione degli Stati, di pace stabile, di equità sul mercato, di diritto naturale inviolato e garantito per tutti ... mentre a pochi kilometri di distanza, lungo la breve linea di confine Kenya-Somalia, migliaia di persone sono in fuga, senza un riferimento geografico, con villaggi alle spalle distrutti, impossibilitati nel tornare indietro e con un confine tra stati che sbarra la loro strada. Scopo di vita nel breve termine: sopravvivere ai bombardamenti americani, intensificati proprio al limite tra i due stati.
Il sito www.nairobi2007.it seguirà, per l'Italia, giorno per giorno tutte le tematiche del forum, riportando articoli, file audio e immagini.
Ribaltando il punto di vista, il sito www.korogocho.org/index.php?pid=72 , offre un commento sul social forum da parte degli abitanti di korogocho, una baraccopoli di Nairobi.
Ragazzi, abitanti del quartiere e i missionari comboniani che curano le attività educative e ricreative dell'area, scriveranno il social forum di Nairobi come lo vedono loro, filtrato attraverso gli occhi di chi vive in uno degli slum più fatiscenti dell'Africa.

lunedì 15 gennaio 2007

Un Rwanda odierno


Aprire questo collegamento, leggere velocemente e firmare, non porterà via alla vostra giornata più del tempo necessario per andare in cucina e bere un bicchiere di acqua.
Forse dopo potreste berlo con maggiore coscienza della realtà.

http://www.globefordarfur.org/it/petition.html

sabato 13 gennaio 2007

Ustica. Il silenzio è oro e uccide.


Il 10 gennaio 2007 si è definitivamente chiuso il processo per la strage di Ustica, la più lunga, complessa e costosa vicenda giudiziaria italiana.
Tutti assolti.
81 civili italiani morti senza una ufficiale motivazione.
A queste vittime si sommano i circa 15 suicidi di alti funzionari statali, semplici impiegati, tecnici ed avitori, la cui memoria di quella sera del 27 giugno 1980 rappresentava una minaccia ingestibile per tutti coloro che hanno voluto insabbiare, depistare e falsificare l'indagine.
Impossibilitato nel dimostrare la falsità di questi suicidi, il magistrato scriverà negli atti "suicidi indotti da stati psichici di profonda prostrazione legata agli eventi" e anche "Se qualcuno si vuole impiccare, non lo fa con i piedi per terra".
Il caso Ustica è uno dei tanti misteri italiani (il cui coinvolgimento di Libia, U.S.A e Francia risulta vergognosamente sfacciato, per quanto negato) che ci riconduce alla destabilizzante sensazione di impotenza, all'amara epifania del nostro status di formiche operaie.
"La storia siamo noi", a cura di Minoli, ricostruisce in 45' ciò che è stato della strage di Ustica.
Senza pretese di contro informazione giornalistica, la puntata dedicata a questa vicenda offre una rapida ma interessante carrellata sugli eventi storici, umani e giudiziari che si sono susseguiti dal 1980 al 2007.
Per chi l'avesse persa su rai3 o su rai educational, può essere tutta rivista qui:
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=197&