
A seguito di confronti linguistici che mi hanno vista coinvolta nell’ultimo anno, ho scoperto che osservare una lingua dall’esterno e smontarne i pezzi può essere più divertente del dare tutto per scontato, inflazionato ed abusato.
Parliamo ad esempio dell’utilizzo degli attributi sessuali maschili e femminili nella lingua italiana. Abbiamo, in quanto italiani, una certa venerazione per le gonadi maschili. Riusciamo ad infilarle in ogni discussione, di qualsiasi tenore e qualsivoglia registro. Partiamo dall’evergreen “che palle!” per giungere al più analitico “che due coglioni!”. La politica ci insegna che le gonadi maschili possono essere usate anche come insulto: “ Chi vota per la sinistra è solo un coglione”. Per intendere un’azione sbagliata e poco vantaggiosa siamo soliti usare “coglionata”. Volendo ampliare l’attenzione dalle gonadi all’intero apparato, possiamo ricordare il famoso “col cazzo”, espressione usata come rafforzativo ad intendere “mai e poi mai”. Insomma, da qualsiasi punto la si osserva, gli attributi maschili sono sempre usati in un contesto negativo (la noia, sbagliare qualcosa, l’essere stupidi, l’esclusione categorica).
E quelli femminili? “Figa” e “figata” sono termini comuni nel nostro lessico. A parte l’espressione usata per fare un apprezzamento estetico, “figa” è usato spesso con l’intento di comunicare l’adeguatezza di una persona, il suo essere “trendy”, in armonia con il contesto. “Figata”, ugualmente, connota un pensiero, un’azione, un prodotto positivo, bello, divertente, ben riuscito, giusto. E’ l’equivalente italiano dell’anglosassone “cool” o “fly”. Ma perché noi avvertiamo questo bisogno incontrastato di tirare in ballo l’anatomia? Dipende dalla latitudine (ma qui gli USA, Australia e Nuova Zelanda smentiscono)?
Traiamo le somme: attributi maschili, sempre in senso negativo; attributi femminili, solo con significato positivo. Che l’italiano sia una lingua intrinsecamente femminista?
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