martedì 5 dicembre 2006

Fair trading, faking trading, responsabilità sociale e analisi critica



Libera estrapolazione da un articolo di Leonardo Becchetti apparso su LaVoce, in data 17 novembre 06. Non è noioso, basta chiudere quel morbo dilagante di messenger e focalizzare anche solo 3 neuroni su un'unica cosa per meno di 8 minuti.


"L’ultimo rapporto della European Fair Trade Association indica che il fatturato derivante dalle vendite di prodotti equo-solidali è cresciuto del 20 per cento all’anno dal 2000 al 2005, seppur partendo da livelli contenuti. .... Il commercio equo e solidale è soltanto un esempio di un più vasto fenomeno: l’importanza crescente di elementi di responsabilità sociale nelle scelte di consumo e di risparmio dei cittadini. Si tratta in sostanza di un’estensione e di un perfezionamento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, e dunque della democrazia economica, secondo un principio di azione dal basso che ha portato alcuni manuali a ridefinire l’azione di consumo dei cittadini nel tradizionale schema del circuito del reddito come "voto con il portafoglio". Si definisce generalmente "equo-solidale" la gamma di prodotti, in prevalenza tessili e alimentari, che arrivano sul mercato attraverso una filiera produttiva che incorpora specifici elementi di responsabilità sociale e ambientale. .... Il commercio equo e solidale offre un’opportunità alternativa che aumenta il potere contrattuale dei produttori e realizza quindi efficacemente un’azione di institution building sopperendo così all’assenza di un’antitrust internazionale in questi settori. Ma anche al di là di questa riflessione, se consideriamo i prodotti come beni contingenti, ovvero come insiemi di caratteristiche fisiche e immateriali, è possibile concepire il commercio equo-solidale come l’apertura di un nuovo mercato e un processo di innovazione di prodotto che aumenta la soddisfazione dei consumatori, in particolare di quelli con preferenze orientate alla responsabilità sociale, e il loro gusto per la varietà. In questa prospettiva, il commercio equo e solidale rovescia il tradizionale suggerimento di dare valori al mercato dando un mercato ai valori, ovvero incorporando i valori all’interno dei prodotti venduti. .... È molto interessante osservare la dinamica che il fenomeno equo-solidale ha generato in termini di concorrenza tra imprese che offrono prodotti finiti ai consumatori del Nord. L’ingresso dei "pionieri" equo-solidali ha rivelato l’esistenza di una quota di mercato non trascurabile di consumatori che, assieme ai tradizionali criteri di qualità e prezzo, sono attenti anche alle caratteristiche socioambientali dei prodotti. Ciò ha spinto gli attori tradizionali (grandi marche concorrenti e grande distribuzione) a imitarne parzialmente il comportamento, inserendo nella loro gamma alcuni prodotti del commercio equo e solidale. Se, da una parte, ciò ha avuto il merito di allargare il mercato di sbocco dei prodotti, dall’altra ha generato conflitti di interesse tra marchi, importatori e rivenditori esclusivi ("botteghe del mondo"), con i primi più propensi a collaborare con gli imitatori per ampliare la loro attività commerciale.
L’esplosione della moda dei prodotti equo-solidali e, più in generale, del consumo socialmente responsabile non comporta solo opportunità, ma anche rischi. L’offerta di prodotti con le caratteristiche dichiarate è necessariamente limitata, e il suo progressivo allargamento è costoso oltre a dipendere dalla definizione e dall’individuazione di nuove filiere. È perciò possibile che nel frattempo si determino eccessi di domanda. Il rischio è che ne derivi la tentazione per gli importatori di battezzare come equo-solidali prodotti che provengono da filiere tradizionali. E dunque il pericolo di danni rilevanti per la reputazione dell’ interno settore.
Il tempo dirà se le potenzialità prevarranno sui rischi e sui limiti." (www.lavoce.info)

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