mercoledì 31 gennaio 2007

Clash are calling


The ice age is coming, the sun's zooming in
Engines stop running, the wheat is growing thin
A nuclear era, but I have no fear
'Cause London is drowning, and I live by the river

La radio, mia storica alleata, qualche giorno fa mi ha proposto London Calling dei Clash.
E' stato incredibile, come se la ascoltassi per la prima volta.
Mi è venuta subito voglia di rispolverare gli album The Clash e London Calling, comprati a 17 anni, nel pieno del furore grunge e primo avvicinamento al dark.
Non li apprezzai, non li capii.
A 17 anni la parlata di Strummer mi era insopportabilmente fastidiosa, trovavo insignificante la loro musica, i testi avevano una rabbia che non comprendevo, mi sembrava alquanto marginale, mentre loro ne facevano il proprio punto di forza.
A 18 anni ripresi quella musica in mano e la trovai gradevole.
A 19, The Clash diventò un album assiduo nella mia playlist del tempo.
Ora, nel pieno della ventina, i Clash mi rappresentano.
Riascoltare quei due album è stata una rivelazione, un momento di pura epifania, una quadratura del cerchio.
Perchè non li avevo compresi?
Nella mia adolescenza, comune ai più, vivevo in quello stato catatonico di trastullo depressivo fine a se stesso, una sorta di esistenzialismo sterile in cui il soggetto dei miei pensieri era il nulla.
Come avrebbe potuto parlarmi Joe Strummer?
Il grunge rispondeva perfettamente alle mie esigenze musicali del tempo e, va detto, escludeva gran parte della musica non-grunge, perchè, è noto, il grunge è stato un fenomeno esclusivo, per quanto volesse comunicare il disagio delle masse usando il disagio individuale.
I Clash sono l'interpretazione del malessere del ventenne.
I Clash sono arrabbiati perchè è l'unico modo di sopravvivere in un contesto in cui sai di dover vivere, ma che non ti rappresenta. Sono la svolta realista del grunge.
Sono l'abbandono dell'autarchia e dell'utopia adolescenziale di negazione del sistema, loro hanno digerito, interpretato e vomitato il sistema che non apprezzano, ma sanno che non può essere cambiato.
O comunque, se anche potesse essere cambiato con dispendio di energie, loro non hanno tempo.
Loro corrono, come il sistema vuole.
E sono incazzati, molto.
Sono lucidi ed incazzati perchè non vogliono perdere tempo dietro all'ennesima guerra dei governi, così lontani da loro, sono incazzati neri perchè non sopportano più che i neri ce l'abbiano con i bianchi per le colonizzazioni, che i bianchi ce l'abbiano con i neri perchè ce l'hanno con i bianchi, sono arrabbiati perchè il loro lavoro, se lo trovano, gli sottrae più del 90% della giornata, perchè fermarsi in questo sistema equivale a morire, perchè ci hanno imposto dei traguardi che non tutti vogliono o possono raggiungere, perchè hanno creato il mito della ricchezza e del consumo facile, ma non tutti lo raggiungono e, anzi, è molto più dura di come ci vogliono far credere, sono disgustati dal mainstream americano e dall'influenza che questo ha sull' Europa.
I Clash sono attuali perchè, dopo la florida parentesi degli anni '90, un ventenne di oggi è incazzato, frustrato e un pò confuso esattamente come lo poteva essere un ventenne di inizio anni '80.
I Clash hanno saputo cogliere quel malessere urbano di una Londra soffocata dal mito della produttività, il disagio della prima età adulta, in cui spesso si ha voglia di fare, ma non si sa come incanalare le energie, si vuole correre, ma senza avere una direzione, ci si vuole definire, senza sapere che forma prendere, si vuole scegliere un nome che spesso non è il nostro.
Il loro sound, paragonato alle ultime uscite discografiche attuali, spazza via tutti i confezionamenti patinati in stile Muse, graffia le casse, suona nudo, senza filtro di ingegneri acustici, è autentico, genuino, come le parole di Strummer.

Consigli per l'ascolto: Hateful, London calling, The guns of Brixton (talmente attuale per musica, che potrebbe sembrare un pezzo trip hop), Brand new Cadillac, Deny, What's my name, Hate & war, Remote control, I'm so bored with the USA.

1 commento:

Umberto De Marco ha detto...

Finalmente un post come poiace a me, brava Mirta!

Cmq preferisco il lato esistenzialista del grunge, Jeff Buckley... più vicino al grunge anche in un'ottica temporale; arrabbiato e disperato specialmente in quei live in cui la sua voce si spezza, si graffia e si sgola e diventa un urlo vero e proprio (un urlo bellissimo, sia chiaro).