
Amy Winehouse ce lo aveva scritto nel cognome che sarebbe diventata alcolizzata.
Questa insolita congiunzione tra cognome e abitudini personali ha portato alla creazione del brano Rehab, riabilitazione.
Era l'anno 2003 quando questa ragazza di Portobello, Londra, ha inciso il suo primo album, Frank. Tropical Pizza mi fece conoscere il suo primo singolo, Stronger than me, un apprezzabile, quanto commerciale, tentativo di rimescolamento soul, R&B, pop e hip hop, passato al setaccio con un criterio di selettività votata al "music for the masses", tutto ben coperto dalle nobili aspirazioni motown della ragazza.
Nonostante tutto ciò, Stronger than me, e l'intero album, sono stati ascoltati, riascoltati e cantati dalla sottoscritta in quei momenti di urgenza pop. Frank è entrato nel folto gruppo degli album affettivi, quelli di cui si è coscienti dei limiti artistici, ma continuano a girare nel nostro stereo.
Qualche giorno fa, via radio, mi imbatto in un pezzo filo-afro, ripetitivo ma gradevole al tempo stesso. Un insolito sound retrò con una voce nera che ricalca le pause e le "tirature" vocali delle vecchie dive black. Con grande stupore, scopro la svolta black della Winehouse.
Faccio qualche indagine e scopro che finalmente è riuscita, a distanza di tre anni, ad incidere l'album motown che tanto aveva magnificato.
Lei, di quella femminilità robusta ma sensuale, ora sfiora la magrezza anoressica, sfoggiando un look disinvolto, quasi trasandato, a metà tra l'afro e il glam. A tradire una ricercatezza in questo look, il faraonico contorno occhi, il tacco acrobatico, le solite fotografie pubblicitarie ammiccanti e il chiaro intento di volersi lanciare veramente sul mercato.
Primo singolo estratto: Rehab.
Un manifesto sulla consapevolezza della sua dipendenza etilica e un cordiale dito medio dedicato a chi la voleva costringere al rehab, la riabilitazione, il tutto coronato dal messaggio "alcolico è bello". Abbandonati i vecchi produttori (responsabili del coercitivo rehab), Amy Winehouse incide quello che, per lei, dovrebbe essere un tributo a tutti i miti musicali della sua adolescenza (da Billie Holiday a The Voice), una dichiarazione di autarchia assoluta e una valanga di critiche non-politically-correct rivolte all'universo di cui ha avuto esperienza, soprattutto maschile.
Onorevoli gli intenti, il prodotto resta però perfettamente incastrato nell'easy listening contemporaneo, dal quale si distacca per la oggettiva bravura vocale di lei e per il taglio fortemente black e oldies. Molti i riferimenti nascosti tra le righe, come "I'd rather be at home with ray", dove alla disintossicazione viene preferito il restare a casa con la musica di Ray Charles.
Per i curiosi, qui potete trovare il link da cui è possibile vedere e ascoltare i video di Stronger than me e Rehab.
Sorvolate sulla visione del video Stronger than me, davvero penoso per trama, idee e fotografia.
Per Rehab, si vede che hanno voluto fare sul serio, con una certa cura nei colori e nelle riprese, anche se abbastanza patinato.
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