mercoledì 31 gennaio 2007

Clash are calling


The ice age is coming, the sun's zooming in
Engines stop running, the wheat is growing thin
A nuclear era, but I have no fear
'Cause London is drowning, and I live by the river

La radio, mia storica alleata, qualche giorno fa mi ha proposto London Calling dei Clash.
E' stato incredibile, come se la ascoltassi per la prima volta.
Mi è venuta subito voglia di rispolverare gli album The Clash e London Calling, comprati a 17 anni, nel pieno del furore grunge e primo avvicinamento al dark.
Non li apprezzai, non li capii.
A 17 anni la parlata di Strummer mi era insopportabilmente fastidiosa, trovavo insignificante la loro musica, i testi avevano una rabbia che non comprendevo, mi sembrava alquanto marginale, mentre loro ne facevano il proprio punto di forza.
A 18 anni ripresi quella musica in mano e la trovai gradevole.
A 19, The Clash diventò un album assiduo nella mia playlist del tempo.
Ora, nel pieno della ventina, i Clash mi rappresentano.
Riascoltare quei due album è stata una rivelazione, un momento di pura epifania, una quadratura del cerchio.
Perchè non li avevo compresi?
Nella mia adolescenza, comune ai più, vivevo in quello stato catatonico di trastullo depressivo fine a se stesso, una sorta di esistenzialismo sterile in cui il soggetto dei miei pensieri era il nulla.
Come avrebbe potuto parlarmi Joe Strummer?
Il grunge rispondeva perfettamente alle mie esigenze musicali del tempo e, va detto, escludeva gran parte della musica non-grunge, perchè, è noto, il grunge è stato un fenomeno esclusivo, per quanto volesse comunicare il disagio delle masse usando il disagio individuale.
I Clash sono l'interpretazione del malessere del ventenne.
I Clash sono arrabbiati perchè è l'unico modo di sopravvivere in un contesto in cui sai di dover vivere, ma che non ti rappresenta. Sono la svolta realista del grunge.
Sono l'abbandono dell'autarchia e dell'utopia adolescenziale di negazione del sistema, loro hanno digerito, interpretato e vomitato il sistema che non apprezzano, ma sanno che non può essere cambiato.
O comunque, se anche potesse essere cambiato con dispendio di energie, loro non hanno tempo.
Loro corrono, come il sistema vuole.
E sono incazzati, molto.
Sono lucidi ed incazzati perchè non vogliono perdere tempo dietro all'ennesima guerra dei governi, così lontani da loro, sono incazzati neri perchè non sopportano più che i neri ce l'abbiano con i bianchi per le colonizzazioni, che i bianchi ce l'abbiano con i neri perchè ce l'hanno con i bianchi, sono arrabbiati perchè il loro lavoro, se lo trovano, gli sottrae più del 90% della giornata, perchè fermarsi in questo sistema equivale a morire, perchè ci hanno imposto dei traguardi che non tutti vogliono o possono raggiungere, perchè hanno creato il mito della ricchezza e del consumo facile, ma non tutti lo raggiungono e, anzi, è molto più dura di come ci vogliono far credere, sono disgustati dal mainstream americano e dall'influenza che questo ha sull' Europa.
I Clash sono attuali perchè, dopo la florida parentesi degli anni '90, un ventenne di oggi è incazzato, frustrato e un pò confuso esattamente come lo poteva essere un ventenne di inizio anni '80.
I Clash hanno saputo cogliere quel malessere urbano di una Londra soffocata dal mito della produttività, il disagio della prima età adulta, in cui spesso si ha voglia di fare, ma non si sa come incanalare le energie, si vuole correre, ma senza avere una direzione, ci si vuole definire, senza sapere che forma prendere, si vuole scegliere un nome che spesso non è il nostro.
Il loro sound, paragonato alle ultime uscite discografiche attuali, spazza via tutti i confezionamenti patinati in stile Muse, graffia le casse, suona nudo, senza filtro di ingegneri acustici, è autentico, genuino, come le parole di Strummer.

Consigli per l'ascolto: Hateful, London calling, The guns of Brixton (talmente attuale per musica, che potrebbe sembrare un pezzo trip hop), Brand new Cadillac, Deny, What's my name, Hate & war, Remote control, I'm so bored with the USA.

martedì 30 gennaio 2007

Pearl


Freedom is just another word for nothing left to lose,
Nothing don't mean nothing, honey, if it ain't free, now.
And feeling good was easy, Lord, when he sang the blues,
You know feeling good was good enough for me,
Good enough for me and my Bobby McGee.

sabato 27 gennaio 2007

Riti che ci servono


Le date scomode della storia che vengono riesumate con ciclicità annuale per muovere la gente ad una riflessione o, come si porta dire da anni, "per non dimenticare", hanno sempre lasciato il tempo che hanno trovato.
La storia insegna a tutti, parla a tutti, ma non tutti sono disposti ad ascoltarla.
Essere nel chiuso della propria camera a riflettere, in questo 27 gennaio, uguale a tanti altri, sulle barbarie che si sono chiuse, simbolicamente, in questo giorno di un anno distante solo 60 anni circa da noi (neanche il tempo di coprire una vita umana) è un gesto privo di senso se non accompagnato da una intima riflessione, che è nostra, che ci appartiene, che lo è sempre, nel quotidiano, che ci fa analizzare gli accadimenti del mondo con occhi diversi.
Con occhi che hanno ascoltato la storia, che non dimenticano e non necessitano di un "giorno della memoria" perchè ricordano sempre.

A che serve questo rito della memoria?
Oggi, ora, serve.
Serve nel momento in cui apriamo Repubblica e leggiamo "Ahmadinejad nega l'esistenza dell'Olocausto". Serve, squallidamente, per creare movimento, fiction televisive, trasmissioni radiofoniche, speciali tv sull'argomento che possano ravvivare l'attualità di questa storia così violenta e così vicina, offesa sempre più da movimenti negazionisti.
Sarebbe opportuno cambiare lo slogan in "Per non mistificare", così da restituire a questa giornata il senso che ora ha continuare a celebrarla.

Riporto una riflessione interessante che lessi su un numero de L'Espresso dei primi di gennaio.
Era un'intervista a Dan Diner, storico, ebreo, docente universitario a Gerusalemme.
Alla domanda "Il tabù di Auschwitz, dell'Olocausto, è alla base dell'idea dell'Europa postbellica?", lui risponde così: "Auschwitz e Olocausto non sono la stessa cosa. L'Olocausto è una costruzione culturale, sorta anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, e che comporta didattica, monumenti, film, romanzi, memoria stilizzata e sacralizzata. Auschwitz è invece l'immediatezza dell'evento: è lo sterminio senza alcuno scopo, senza nemmeno riconoscere alle vittime il loro status di esseri umani. L'Olocausto nasce dalla difficoltà di comprendere Auschwitz".

venerdì 26 gennaio 2007

Easy listening. Back to Black


Amy Winehouse ce lo aveva scritto nel cognome che sarebbe diventata alcolizzata.
Questa insolita congiunzione tra cognome e abitudini personali ha portato alla creazione del brano Rehab, riabilitazione.
Era l'anno 2003 quando questa ragazza di Portobello, Londra, ha inciso il suo primo album, Frank. Tropical Pizza mi fece conoscere il suo primo singolo, Stronger than me, un apprezzabile, quanto commerciale, tentativo di rimescolamento soul, R&B, pop e hip hop, passato al setaccio con un criterio di selettività votata al "music for the masses", tutto ben coperto dalle nobili aspirazioni motown della ragazza.
Nonostante tutto ciò, Stronger than me, e l'intero album, sono stati ascoltati, riascoltati e cantati dalla sottoscritta in quei momenti di urgenza pop. Frank è entrato nel folto gruppo degli album affettivi, quelli di cui si è coscienti dei limiti artistici, ma continuano a girare nel nostro stereo.

Qualche giorno fa, via radio, mi imbatto in un pezzo filo-afro, ripetitivo ma gradevole al tempo stesso. Un insolito sound retrò con una voce nera che ricalca le pause e le "tirature" vocali delle vecchie dive black. Con grande stupore, scopro la svolta black della Winehouse.
Faccio qualche indagine e scopro che finalmente è riuscita, a distanza di tre anni, ad incidere l'album motown che tanto aveva magnificato.
Lei, di quella femminilità robusta ma sensuale, ora sfiora la magrezza anoressica, sfoggiando un look disinvolto, quasi trasandato, a metà tra l'afro e il glam. A tradire una ricercatezza in questo look, il faraonico contorno occhi, il tacco acrobatico, le solite fotografie pubblicitarie ammiccanti e il chiaro intento di volersi lanciare veramente sul mercato.
Primo singolo estratto: Rehab.
Un manifesto sulla consapevolezza della sua dipendenza etilica e un cordiale dito medio dedicato a chi la voleva costringere al rehab, la riabilitazione, il tutto coronato dal messaggio "alcolico è bello". Abbandonati i vecchi produttori (responsabili del coercitivo rehab), Amy Winehouse incide quello che, per lei, dovrebbe essere un tributo a tutti i miti musicali della sua adolescenza (da Billie Holiday a The Voice), una dichiarazione di autarchia assoluta e una valanga di critiche non-politically-correct rivolte all'universo di cui ha avuto esperienza, soprattutto maschile.
Onorevoli gli intenti, il prodotto resta però perfettamente incastrato nell'easy listening contemporaneo, dal quale si distacca per la oggettiva bravura vocale di lei e per il taglio fortemente black e oldies. Molti i riferimenti nascosti tra le righe, come "I'd rather be at home with ray", dove alla disintossicazione viene preferito il restare a casa con la musica di Ray Charles.
Per i curiosi, qui potete trovare il link da cui è possibile vedere e ascoltare i video di Stronger than me e Rehab.
Sorvolate sulla visione del video Stronger than me, davvero penoso per trama, idee e fotografia.
Per Rehab, si vede che hanno voluto fare sul serio, con una certa cura nei colori e nelle riprese, anche se abbastanza patinato.

mercoledì 24 gennaio 2007

Colui che "scriveva per le persone di qualsiasi posto, giovani abbastanza da essere curiose del mondo".


Ieri è morto Ryszard Kapuscinski.
La notizia mi ha sorpresa e rattristata, riportandomi a quel primo di Gennaio in cui un Giorgino al tg1 annunciava, con espressività studiata, la morte di Giorgio Gaber.
Kapuscinski, polacco, è stato Il reporter di guerra, è stato ciò che un giornalista dovrebbe essere al fronte: un informatore, un curioso, uno che entrava nello spirito del luogo e ne raccontava le sofferenze e le bellezze.
Nomade per vocazione, è stato corrispondente da oltre 50 paesi nel mondo, documentando 27 dei più importanti conflitti, Africa, Iraq, America centrale, Asia.
Dall'attenzione e sensibilità con cui si immergeva in un luogo e ne indagava lo spirito, la gente, la vita vera e parallela agli scontri, sono nati libri, articoli e fotografie (come quella che vedete sopra).
Probabilmente molti tra voi ricordano la copertina, edizione Feltrinelli, di uno dei suoi romanzi più noti, Ebano, storie di vita quotidiana, di guerra e di miseria africana.
Questo articolo, tratto dal Corriere della Sera di oggi, delinea brevemente e in modo efficace chi era Kapuscinski: http://www.feltrinelli.it/FattiLibriInterna?id_fatto=7970

sabato 20 gennaio 2007

Live from the Forum


Un gruppo di volontari italiani, con la partecipazione di colleghi inglesi e il supporto della Provincia di Trento, sta cercando di documentare in diretta (più o meno), con mille difficoltà tecniche, cosa è questo Social Forum di Nairobi.
Interviste a volontarti di tutto il mondo, autoctoni, filmati, un blog, fotografie animano gli spazi del sito internet creato per rendere partecipe chi non è lì in questo momento.
Consiglio di dare uno sguardo alle fotografie. www.worldsocialforum.tv

Immagine divina di questa realtà


Si fa l'abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione.


Vergogna, J.M. Coetzee

venerdì 19 gennaio 2007

Nairobi 2007


Tra poche ore, e fino al 25 gennaio, Nairobi, Kenya, ospiterà il Social Forum 2007.
Significativo come mai prima il setting di questo anno. Stupefacente osservare che migliaia (sono ottimista e l'Africa tira, oserei correggere con una milionata) di persone saranno riunite per manifestare la loro volontà di demilitarizzazione degli Stati, di pace stabile, di equità sul mercato, di diritto naturale inviolato e garantito per tutti ... mentre a pochi kilometri di distanza, lungo la breve linea di confine Kenya-Somalia, migliaia di persone sono in fuga, senza un riferimento geografico, con villaggi alle spalle distrutti, impossibilitati nel tornare indietro e con un confine tra stati che sbarra la loro strada. Scopo di vita nel breve termine: sopravvivere ai bombardamenti americani, intensificati proprio al limite tra i due stati.
Il sito www.nairobi2007.it seguirà, per l'Italia, giorno per giorno tutte le tematiche del forum, riportando articoli, file audio e immagini.
Ribaltando il punto di vista, il sito www.korogocho.org/index.php?pid=72 , offre un commento sul social forum da parte degli abitanti di korogocho, una baraccopoli di Nairobi.
Ragazzi, abitanti del quartiere e i missionari comboniani che curano le attività educative e ricreative dell'area, scriveranno il social forum di Nairobi come lo vedono loro, filtrato attraverso gli occhi di chi vive in uno degli slum più fatiscenti dell'Africa.

lunedì 15 gennaio 2007

Un Rwanda odierno


Aprire questo collegamento, leggere velocemente e firmare, non porterà via alla vostra giornata più del tempo necessario per andare in cucina e bere un bicchiere di acqua.
Forse dopo potreste berlo con maggiore coscienza della realtà.

http://www.globefordarfur.org/it/petition.html

sabato 13 gennaio 2007

Ustica. Il silenzio è oro e uccide.


Il 10 gennaio 2007 si è definitivamente chiuso il processo per la strage di Ustica, la più lunga, complessa e costosa vicenda giudiziaria italiana.
Tutti assolti.
81 civili italiani morti senza una ufficiale motivazione.
A queste vittime si sommano i circa 15 suicidi di alti funzionari statali, semplici impiegati, tecnici ed avitori, la cui memoria di quella sera del 27 giugno 1980 rappresentava una minaccia ingestibile per tutti coloro che hanno voluto insabbiare, depistare e falsificare l'indagine.
Impossibilitato nel dimostrare la falsità di questi suicidi, il magistrato scriverà negli atti "suicidi indotti da stati psichici di profonda prostrazione legata agli eventi" e anche "Se qualcuno si vuole impiccare, non lo fa con i piedi per terra".
Il caso Ustica è uno dei tanti misteri italiani (il cui coinvolgimento di Libia, U.S.A e Francia risulta vergognosamente sfacciato, per quanto negato) che ci riconduce alla destabilizzante sensazione di impotenza, all'amara epifania del nostro status di formiche operaie.
"La storia siamo noi", a cura di Minoli, ricostruisce in 45' ciò che è stato della strage di Ustica.
Senza pretese di contro informazione giornalistica, la puntata dedicata a questa vicenda offre una rapida ma interessante carrellata sugli eventi storici, umani e giudiziari che si sono susseguiti dal 1980 al 2007.
Per chi l'avesse persa su rai3 o su rai educational, può essere tutta rivista qui:
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=197&

giovedì 11 gennaio 2007

Sottovuoto








"Siate il cambiamento che vorreste vedere nel Mondo". Gandhi

mercoledì 10 gennaio 2007

Così va la vita, II


Howard W. Campbell junior è un ex americano che ha fatto carriera nel sistema della propaganda nazi-tedesca. Commediografo noto in patria e nella Germania nazista, si sarebbe impiccato durante il processo che lo ha visto coinvolto in quanto criminale di guerra.
Nella sua monografia leggiamo:

"L'America è la nazione più ricca del mondo, ma il suo popolo è in gran parte povero, e gli americani poveri tendono ad odiare se stessi. Per citare l'umorista americano Kin Hubbard:"Essere poveri non è una disgrazia ma potrebbe anche esserlo". Effettivamente, per un americano essere poveri è un delitto, anche se l'America è un paese di poveri. Tutti gli altri paesi hanno tradizioni popolari che parlano di uomini poveri ma molto saggi e virtuosi, e quindi più stimabili di qualsiasi individuo ricco e potente.
Gli americani poveri non hanno tradizioni del genere. Deridono se stessi ed esaltano quelli che sono più ricchi di loro. I ristoranti e i caffè più modesti, gestiti da povera gente, dovrebbero avere sul muro un cartello con questa crudele domanda: "Se sei tanto intelligente, perchè non sei ricco?". E non dovrebbe mancare la bandiera, una bandiera americana non più grande della mano di un bambino, attaccata a una stecca di lecca-lecca e sventolante dal registratore di cassa.
Gli americani, come tutti gli altri popoli, credono in molte cose che sono chiaramente false.
La loro illusione più perniciosa è che sia facilissimo, per ogni americano, fare soldi. Non si rendono conto di quanto, in realtà, sia difficile, e per questo chi non ne ha non fa altro che rimproverarselo. Questo senso di colpa è stato una vera fortuna per i ricchi e i potenti, che così hanno potuto permettersi di fare, per i poveri, meno di qualsiasi altra classe dirigente fin dall'epoca napoleonica.
Molte sono le novità arrivate dall'America. La più stupefacente è costituita da una massa di poveri senza dignità: una cosa senza precedenti. Questi poveri non si amano l'un l'altro perchè non amano se stessi. "

Howard W. Campbell junior è una lucida ed illuminante riflessione sugli U.S.A.
Non è mai esistito, almeno non nella realtà.
E' un personaggio creato dallo scrittore americano K. Vonnegut in Mattatoio N.5.

martedì 9 gennaio 2007

Così va la vita


"... Rosewater era a letto con un libro, e Billy lo introdusse nella conversazione chiedendogli cosa stesse leggendo in quel momento. Così Rosewater glielo disse. Era Il Vangelo dello spazio di Kilgore Trout. Parlava di una creatura venuta dallo spazio che somigliava molto ad un tralfamadoriano, tra l'altro. La creatura venuta dallo spazio aveva studiato a fondo il cristianesimo per capire, se possibile perchè per i cristiani fosse tanto facile essere crudeli. Era arrivata alla conclusione che il guaio derivava almeno in parte dal modo trasandato in cui era scritto il Nuovo Testamento. Secondo lui, l'intento dei Vangeli era insegnare alla gente, fra le altre cose, a essere misericordiosi, anche verso i più umili.
Ma i Vangeli, in realtà, insegnavano questo:
Prima di uccidere qualcuno, accertatevi bene che non abbia relazioni importanti.
Così va la vita.
La magagna nelle storie di Cristo, diceva la creatura venuta dallo spazio, era che Cristo, malgrado le apparenze, era il figlio dell'Essere Più Potente dell'Universo. I lettori lo capivano e così, quando arrivavano alla crocifissione, naturalmente pensavano (qui Rosewater rilesse ad alta voce):
Oh, accidenti... Hanno scelto proprio la persona sbagliata per il loro linciaggio, quella volta!
E questa idea aveva una sorella : "Ci sono delle persone giuste da linciare". Chi? Quelle che non hanno relazioni importanti. Così va la vita.
La creatura venuta dallo spazio donò alla Terra un nuovo Vangelo. In esso Gesù era veramente un uomo qualunque, e una seccatura per un sacco di gente che aveva relazioni più importanti delle sue. E diceva anche lì tutte le cose belle e imbarazzanti che diceva negli altri Vangeli.
Così un giorno la gente si divertì a inchiodarlo a una croce e a piantare la croce nel terreno. Non ci sarebbero state ripercussioni, pensavano quelli che lo avevano linciato. Anche il lettore era indotto a pensarlo, poichè il nuovo Vangelo seguitava a ripetere che Gesù era proprio un nessuno.
E poi, un momento prima che questo "nessuno" morisse, i cieli si aprirono, e mandarono tuoni e lampi. Dall'alto scese stentorea la voce di Dio. Dio disse alla gente che adottava quel barbone, dandogli i pieni poteri e i privilegi di Figlio del Creatore dell'Universo per tutta l'eternità. Ecco quello che disse: D'ora in poi Egli punirà orribilmente chiunque tormenterà un barbone senza relazioni importanti! ..."

da Mattatoio N.5 o La crociata dei Bambini, Kurt Vonnegut.

Di cosa parliamo quando parliamo di geopolitica


La nuova forma di colonialismo eticamente accettata si chiama geopolitica.
Geopolitica è il perchè dei governi fantocci nei paesi con risorse sfruttabili, geopolitica è il perchè l'Iraq e non il Burkina Faso, geopolitica è perchè l'Africa è stata abbandonata alla propria corruzione e ai fanatismi religiosi, geopolitica è rivalità di poteri.
Limes pubblicò nel 1993 un interessante, quanto utile e scorrevole, saggio di Yves Lacoste sul significato che oggi ha la geopolitica e su come influenza tutto quello che osserviamo intorno a noi. La versione integrale del saggio è qui http://www.limesonline.com/lacoste.htm

lunedì 8 gennaio 2007

giovedì 4 gennaio 2007

Per non continuare a cenare


... Paul :"Sono contento che tu abbia girato quelle immagini. E che il mondo le veda. E' l'unico modo per noi di far si che qualcuno possa intervenire".

Jack, giornalista :"Già. E se nessuno interviene, resta un bel servizio".

Paul :"Come possono non intervenire dopo aver assistito a simili atrocità?".

Jack :"Secondo me, se la gente vede quel servizio dirà "Oh mio Dio, è orribile". E poi continuerà a cenare". ...


E infine inizio l'anno con consapevolezza, sottoponendomi alla visione del film Hotel Rwanda.
Preferisco limitare le considerazioni ed attenermi al film, in questo post, visto che dedicherò spazio a breve alla indecorosa e ridicola vicenda della commemorazione del genocidio in Rwanda da parte delle Nazioni Unite, a più di dieci anni di distanza dall'evento.
Nel lontano 1994 è successo un abominio quasi sotto casa nostra, che ha annoverato come special guest star milizie conniventi occidentali.
Per quanto le mie parole possano suonare amare, so che non scuoterò uno solo tra voi, troppo presi a "continuare la cena", a rispondere agli amichetti su msn, a pensare "che palle, è troppo lungo, non lo leggo". Molti di voi amano trastullarsi in attività di volontariato, per mantenere la coscienza pulita. Parlo anche a voi, anzi soprattutto a voi.
La vostra posizione non vi esime dall'informarvi, dall'approfondire tematiche atroci come atroce è quello che è successo in Rwanda e quello che succede nel Darfur o nell'India del Nord o nella Costa d'Avorio o in Cecenia o.
Quando non si può intervenire fisicamente, l'unica arma a nostra disposizione è l'informazione, l'approfondire e soprattutto il divulgare.
Quando qualcosa vi disgusta, non dite "E' atroce", per poi "continuare la cena".
Scavate, cercate, toccate il fondo del disgusto e quando ne sarete pieni, allora parlatene nel vostro cazzo di blog, scrivete mail agli amici, comunicate la vostra indignazione al prossimo, parlatene a tavola. Non vi nascondete dietro il "già faccio abbastanza", dietro il "non ho tempo", dietro l'odiato "è una realtà che non mi appartiene". Alimentate la vostra indignazione, non reprimetela con i cuscinetti ammortizzatori che ci circondano ovunque.
Se siete uomini ed avete vissuto almeno un pò, la vostra coscienza non resterà immune all'amoralità. Ma se chiudete ottusamente gli occhi ed evitate di sporcarvi le mani, non c'è coscienza che possa aiutare.
Hotel Rwanda vi offre l'opportunità di far franare i vostri cuori, molestare le vostre coscienze, individuare qualcosa di superiore alle nostre miserabili vite. Perchè una vita vissuta tra i cuscinetti ammortizzatori, fatevelo dire, è veramente miserabile.
Questo film parla a tutti, solo chi è atrofizzato nel cinismo o nell'ignoranza (mi riferisco alla peggiore, quella che inaridisce ed inebetisce anche le emozioni) può restare indifferente.
Se percepite un certo fastidio al termine della visione, mantenetelo vivo.
Non è un film.
E non è solo sul Rwanda.
L'Osservatorio per le Crisi Dimenticate, Medici senza Frontiere, ci comunica che a chiusura del 2006, solo il 9%, in media, dell'attenzione dei principali notiziari nazionali è stata dedicata ai contesti di crisi. Nord Uganda e Darfur, per dirne due, non hanno attraversato il 2006 incolumi.
E' di oggi, inoltre, la notizia del tg1 sul resoconto dei giornalisti morti annualmente nell'esercizio del loro lavoro sui fronti caldi. Il 2006 ha avuto un considerevole incremento di queste morti, paragonabile solo al numero di giornalisti caduti in Rwanda nel 1994.
Sfortunatamente il decesso di questi giornalisti non può essere compensato con un'adeguata diffusione di notizie sul conflitto rwandese, tatticamente posto in secondo piano dai mass media occidentali, all'epoca degli eventi.
L'omertà su quel genocidio appare ora quasi una maledizione, ora che, ricercando fotografie su google, risultano poche ed inadeguate testimonianze visive, a maggioranza scheletri ordinatamente contati ed accatastati, ombra della tardiva presenza delle Nazioni Unite.


... Paul, rivolto ai rifugiati:" Nessuno verrà a salvarci. Non ci saranno forze di intervento. Possiamo solo salvarci da soli. Molti di voi hanno conoscenze influenti all'estero. Chiamate queste persone. Dovete dire loro quello che ci accadrà. Dite loro addio, ma quando gli direte addio, fatelo come se li raggiungeste tramite telefono e gli afferraste la mano. Devono avvertire che se lasciano andare quella mano, voi morirete. Devono arrossire di vergogna, aiutarci deve essere un obbligo".

mercoledì 3 gennaio 2007